L’impatto dell’alimentazione sulla suscettibilità COVID-19

In Sanità e alimentazioneby Elena AlquatiLeave a Comment

… e le conseguenze a lungo termine.

Questo articolo scientifico ha il limite che non è rilevato da correlazioni cliniche ma da risultati di test su topi, rivelando un interessante punto di vista, sicuramente da non sottovalutare.

La reazione con il sistema nervoso rivela la sua ipoteticità, ma potrebbe rivelarsi più concreta con l’avanzare della situazione.

Tutti possiamo ammalarci, ma..

Mentre tutti possiamo essere colpiti da COVID-19, gli anziani, le minoranze sottorappresentate e i soggetti con condizioni mediche critiche  sono a maggior rischio. Diete maggiormente basate su un alto tasso di consumo di grassi saturi, zuccheri e carboidrati raffinati (dieta occidentale = WD) in tutto il mondo contribuiscono alla prevalenza dell’obesità e del diabete di tipo II mettendo la popolazione ad un aumentato rischio di mortalità e  di gravi conseguenze da COVID -19.

L’eccessivo consumo di alimenti appartenenti alla dieta occidentale moderna,  attiva il sistema immunitario innato e compromette l’immunità adattativa, portando a infiammazione cronica e compromissione della difesa dell’ospite contro i virus.

Le conseguenze a lungo termine

L’infiammazione periferica causata da COVID-19 può avere inoltre conseguenze a lungo termine in coloro che superano la fase acuta della infezione con lo sviluppo di condizioni mediche croniche come la demenza e  malattie neurodegenerative, probabilmente attraverso meccanismi neuro-infiammatori che possono essere aggravati da una dieta non sana. Pertanto, ora più che mai, un ampio accesso a cibi sani dovrebbe essere una priorità assoluta e gli individui dovrebbero essere consapevoli delle sane abitudini alimentari per ridurre l’aggressività e le complicazioni a lungo termine di COVID-19.

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COVID-19 è una malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus, SARS-CoV-2, che ha raggiunto lo stato di pandemia. Mentre COVID-19 colpisce tutti la patologia grave e la mortalità sono sproporzionatamente più alte negli anziani, nelle minoranze sottorappresentate (neri / afroamericani e latinoamericani) e / o nei pazienti con comorbilità sottostanti.

L’obesità e il diabete di tipo II sono due importanti fattori di rischio per i malati da COVID-19, e possono essere alla base delle disparità di prognosi osservate (Dietz e Santos-Burgoa, 2020, Dharmasena et al., 2016).

L’elevata prevalenza di questi fattori di rischio, in tutto il mondo, ma soprattutto negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati, è probabilmente guidata dall’aumento del consumo della tipica dieta occidentale (WD), costituita da elevate quantità di grassi saturi (HFD), carboidrati raffinati e zucchero, e bassi livelli di fibre, grassi insaturi e antiossidanti (Cordain et al., 2005).

La WD, che è ricca di acidi grassi saturi (SFA), può portare all’attivazione cronica del sistema immunitario innato e all’inibizione del sistema immunitario adattativo. In breve, un consumo eccessivo di SFA può indurre uno stato lipotossico e attivare il sistema immunitario innato attraverso l’attivazione dei recettori Toll-simili[1] presenti sui macrofagi, sulle cellule dendritiche e sui neutrofili.

Un innesco infiammatorio

Ciò innesca l’attivazione di percorsi canonici di segnalazione infiammatoria che producono mediatori proinfiammatori e altri effettori del sistema immunitario innato (Rogero e Calder, 2018).

Inoltre, il consumo di  HFD nei topi ha aumentato l’infiltrazione dei macrofagi nel tessuto polmonare, in particolare negli alveoli (Tashiro et al., 2017). Ciò è particolarmente rilevante per i pazienti con COVID-19 dato l’alto tasso di infezione tra le cellule epiteliali alveolari polmonari e il coinvolgimento dell’infiammazione del tessuto polmonare e del danno alveolare nella patologia COVID-19 (Xu et al., 2020).

Un sistema immunitario esposto

Immagine scaricata su freepik.com

Oltre all’immunità innata, il consumo di WD o HFD inibisce la funzione dei linfociti T e B nel sistema immunitario adattativo, potenzialmente attraverso un aumento dello stress ossidativo. In particolare, lo stress ossidativo indotto da HFD compromette la proliferazione e la maturazione delle cellule T e B e induce l’apoptosi delle cellule B (Green e Beck, 2017).

Ciò ha importanti implicazioni nella difesa dell’ospite contro i virus; i topi nutriti con HFD mostrano una patologia polmonare aumentata a causa dell’infezione influenzale e una risposta immunitaria adattativa ritardata (Green e Beck, 2017).

I topi alimentati con HFD inoltre  hanno deficit delle cellule T della memoria contro l’influenza con ridotta risposta all’antigene e alla clearance del virus (Green e Beck, 2017)

Pertanto, il consumo di una WD compromette significativamente l’immunità adattativa aumentando l’immunità innata, portando all’infiammazione cronica e compromettendo gravemente la difesa dell’ospite contro i patogeni virali. Dato che le comunità anziane e afroamericane hanno una maggiore sensibilità intrinseca ai modulatori infiammatori, il consumo di diete non salutari da parte di questi gruppi potrebbe comportare un rischio amplificato per una grave patologia COVID-19.

Poiché la conta delle cellule T e B è significativamente più bassa nei pazienti con COVID-19 grave (Qin et al., 2020) potrebbe esserci  una potenziale interazione tra consumo di WD e COVID-19 sulla compromissione dell’immunità adattativa con prognosi della infezione peggiore.

Un cibo sano uguale per tutti

Come accennato in precedenza, gli alti tassi di obesità e diabete tra le popolazioni minoritarie possono spiegare, almeno in parte, le disparità di salute osservate in risposta a COVID-19 in questi gruppi (Dharmasena et al., 2016). I dati suggeriscono che le barriere per accedere a scelte alimentari sane e all’educazione alimentare sono aumentate per le minoranze, probabilmente a causa dell’aumento dei tassi di povertà e della riduzione dell’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità negli Stati Uniti (Dharmasena et al., 2016).

 L’accesso a cibi integrali sani e freschi dovrebbe essere reso più facilmente disponibile per tutti coloro che normalmente non possono permetterselo poiché gli studi dimostrano che il consumo di cibi sani ha un rapido effetto antinfiammatorio, anche in presenza di patologia dell’obesità (Connaughton et al., 2016).

Una politica da cambiare

Un cambiamento in queste politiche riducendo la obesità avrebbe benefici a lungo termine anche sulla prevenzione delle malattie , incluso COVID-19, poichè i vaccini hanno dimostrato essere meno efficaci negli individui obesi (Green e Beck, 2017).

Poiché anche nelle popolazioni più a rischio la gran parte  dei pazienti COVID-19 supera la malattia,  ci potrebbero essere una serie di conseguenze croniche indirette della malattia. Tra queste, oltre al potenziale danno polmonare a lungo termine, non sono da sottostimare i possibili impatti sulla funzione neurologica.

E’ noto infatti che gli eventi infiammatori periferici possono evocare una risposta neuro-infiammatoria esagerata e persistente in soggetti vulnerabili e che esiste una ben nota associazione tra livelli patologici di neuro-infiammazione e malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e altre forme di demenza. Pertanto, sfide profonde del sistema immunitario come COVID-19 potrebbero potenziare la neuro-infiammazione e l’insorgenza della malattia neurologica  in questi gruppi vulnerabili.

A sostegno di questo sono stati segnalati casi di demenza negli anziani dopo infezione virale, anche in seguito a infezione da  virus respiratori come quello influenzale (Honjo et al., 2009). In sintesi, è fondamentale considerare l’impatto delle abitudini di vita, come il consumo di diete non salutari, sulla suscettibilità a COVID-19 e sul completo recupero dalla malattia.

La grande quantità di individui che si riprenderanno da COVID-19 potrebbe portare a un picco di condizioni mediche croniche  ulteriormente aggravate da dieta malsana o in pazienti vulnerabili.

E’ pertanto nostra raccomandazione che le persone si astengano dal mangiare cibi ricchi di grassi saturi e zuccheri e consumino invece elevate quantità di fibre, cereali integrali, grassi insaturi e antiossidanti per migliorare la funzione immunitaria (Connaughton et al., 2016).

articolo a cura di Elena Alquati presidente L’Ordine dell’Universo e della d.ssa Eleonora Lombardi Mistura direttore comitato scientifico L’Ordine dell’Universo

articolo tradotto da PAD MED


[1]Riguardo ai recettori toll-simili: I Toll-Like Receptor TLR (in italiano Recettori Toll-simili) sono una classe di proteine che giocano un ruolo chiave nella difesa dell’organismo, in particolare nell’immunità innata. Sono recettori transmembrana a singolo passaggio, non catalitici, espressi soprattutto sulla membrana di cellule sentinella come macrofagi e cellule dendritiche. Essi riconoscono determinate strutture tipiche di patogeni e microbi e per questo motivo fanno parte della superfamiglia dei “recettori che riconoscono profili molecolari” (Pattern Recognition Receptors o PRR). Una volta che il patogeno ha fatto breccia nelle barriere anatomiche dell’ospite (es. cute o mucosa intestinale dell’uomo) esso è riconosciuto grazie ai TLR che attivano le risposte immunitarie delle cellule sentinella. )

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Acknowledgements

This work is supported in part by grants from the National Institute on Aging RF1AG028271 and R03AG067061 to R.M.B.

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References

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