“Alla fine, ciò che conta non sono gli anni della tua vita, ma la vita che metti in quegli anni” – è una citazione di Abraham Lincoln che trovo abbia un filo diretto con il protagonista di questo argomento.

Il castagno è un albero molto longevo, dal lento sviluppo, e al compimento del cinquantesimo anno di vita la sua bellezza esplode: il fusto eretto può arrivare sino a 35 mt di altezza; un tronco imponente che può arrivare sino a 8 mt di diametro; grandi ramificazioni robuste; una magnifica chioma che mostra le sue foglie di un verde intenso nella sua parte superiore, schiarendosi via via nella parte inferiore della pianta.

Ecco perché ho citato la frase di Abraham Lincoln: riguardo, custodia, nutrimento per la vita che questa pianta mette nei sui primi cinquant’anni si esprime successivamente in tutta la sua bellezza.

Origini lontanissime

Il Cenozoico è la quarta delle cinque grandi suddivisioni della storia geologica della Terra, periodo che va dai 65 milioni di anni fa a circa 2 milioni, ed è in questo lasso di tempo, tra lo sviluppo delle diverse specie di piante, che fa comparsa anche il castagno.

Le sue origini sembrano partire dall’Asia Minore (il nome potrebbe  provenire proprio dalla città asiatica Kastanis) per poi diffondersi in tutto il bacino  Mediterraneo, Europa meridionale (compreso l’Italia), Africa settentrionale sino al Mar Caspio. (Fonte foto: Ministero Politiche Agricole e Forestali)

Nell’Anabasi, cronaca di una campagna di guerra in Persia (400 a.C.), Senofonte racconta che i soldati greci avrebbero scoperto le castagne durante le incursioni nel territorio della odierna Turchia. Anche Virgilio, Galeno e Plinio parlarono di castagne, e i Romani ne hanno curato la coltivazione privilegiando le zone montuose dell’Italia. La  presenza di castagni nella nostra Nazione sembra risalire a circa 3400 anni fa, quando venne ritrovata una piroga (canoa) scavata nel legno di castagno nei pressi del lago di Bertignano (Vercelli).

 

Una presenza importante nella dieta

Sappiamo quindi che la castagna era presente nella dieta dell’uomo fin dalla preistoria, e le sue virtù erano ben note in epoca storica.  Tornando al greco Senofonte, egli definì il castagno “l’albero del pane” e con il nome di “pane dei poveri” la castagna è stata presente per secoli sulle tavole delle famiglie contadine, ben  prima dell’arrivo di patate e  mais (materia prima della polenta).

La castagna è stato l’alimento che ha permesso di superare i periodi di carestia, e questo non solo grazie al fatto che c’era abbondanza e  facilità di conservazione allo stato essiccato, ma anche per il suo potere nutrizionale e la capacità di mantenere sazie le “pance vuote”. La polenta, che allora si preparava con la farina di castagne, ha preceduto per secoli la polenta che oggi conosciamo (granturco), ed era un pasto economico ma gustoso che si poteva utilizzare e riciclare con svariate ricette.

Dall’espansione alla decadenza

L’Italia ebbe due grandi fasi di espansione dei castagneti:

  1. Epoca romana;
  2. Grazie all’iniziativa di Matilde di Canossa (1046-1115), la quale era così convinta dell’importanza che le castagne rivestivano per l’alimentazione delle popolazioni rurali, che, grazie all’aiuto dei monaci benedettini, ne moltiplicò la diffusione.

Nel secondo dopoguerra, purtroppo i castagneti entrarono in una fase di  decadenza grazie all’abbandono delle campagne, e in particolare delle zone montuose.  Ultimamente stiamo però assistendo ad una ripresa di interesse verso questo frutto gustosissimo.

Audaci curiosità della lingua italiana

Se sul piano agricolo, botanico e merceologico, la distinzione è d’obbligo, per quanto riguarda la lingua italiana, le due parole sono sinonimi che indicano lo stesso colore.

Un chiarimento ci arriva da questo aneddoto storico. Benché santo e dottore della Chiesa, Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo) aveva fantasie abbastanza audaci da assimilare le castagne ai testicoli e, il loro nome, deriverebbe dal verbo castrare. Per la comprensione di tutto questo concetto, che andrebbe alterata in caso di riassunto o rielaborazione del testo, cito direttamente quanto scritto dalla fonte (in calce il collegamento al sito), anche perché ritengo essere, non solo interessante, ma anche  un testo di cultura:

“perché, quando si apre il riccio per estrarne i frutti gemelli, l’operazione che si compie ricorda quella della castrazione. In verità i frutti nel riccio sono tre, non due, ed è lecito domandarsi quale ruolo Isidoro attribuisse a quello centrale.

Ma l’aspetto più interessante di questa storia sta nelle diffusissime espressioni “non rompermi i marroni”, “mi sono fatto due marroni così”, e simili. Segno evidente che la somiglianza tra castagne e testicoli non è stata notata soltanto dal buon Isidoro, ma segno anche che castagna e marrone sono, per il parlante e per il pensante (o malpensante) lo stesso identico frutto.

Detto questo, si rabbrividisce al pensiero dell’etimologia che un emulo contemporaneo di Isidoro di Siviglia potrebbe attribuire all’espressione “prendere in castagna”. Ma sarebbe un brivido del tutto ingiustificato. In verità anche questa frase idiomatica è una dimostrazione dell’intercambiabilità dei due termini, castagna e marrone.

Il sostantivo marrone, infatti, non significa soltanto castagna, ma anche errore, svarione, come è attestato da molti autori. “Prendere in marrone” significa perciò “cogliere in fallo”. Essendo marrone sinonimo di castagna, la seconda parola è stata sovrapposta alla prima per uno slittamento inconsapevole di significato. Si tratta dunque di un errore, cioè appunto di un marrone. 

Più facile e meno avventuroso è risalire all’origine di un altro modo di dire che ha per protagonista questo popolarissimo frutto: “togliere le castagne dal fuoco”. Sono origini nobili, queste: si possono infatti reperire in una favola di La Fontaine, intitolata Le singe e le chat (“La scimmia e il gatto”). 

Una scimmia, Bertrand, e un gatto, Raton, stanno davanti al fuoco e guardano con l’acquolina in bocca una bella manciata di castagne che arrostiscono sulle braci. “Ah – dice Bertrand – se io avessi una zampetta adatta come la tua! Non resisterebbero a lungo, quelle castagne!” Raton non se lo fa dire due volte: con la sua zampetta, delicatamente, rovista un po’ nella cenere, poi ritira “le dita” per non scottarsi, poi dà un’altra zampata. E in questo modo, a poco a poco, fa cadere dalle braci ben tre castagne, che Bertrand si affretta a croquer, cioè a sgranocchiare ma, è evidente, anche a scroccare (escroquer). Sopraggiunge una domestica, l’operazione deve essere sospesa e il povero Raton, dopo aver tolto le castagne dal fuoco a beneficio di Bertrand, rimane a bocca asciutta.

Di sicuro, gli saranno girati un po’ i marroni”.

 Concludendo

Prima di concludere ricordo che botanicamente la castagna è un seme e non un frutto come viene spesso descritta, la sua storia è  di grande fascino e cultura. Oggi si parla solo dell’aspetto nutrizionale e quasi nulla delle origini di ciò che mangiamo, che molto ci insegnano: la storia è la fonte delle nostre radici.

Elena Alquati

 

 Fonte del racconto: https://www.eurosalus.com/le-castagne-storia-leggende-e-simbologie